Manoppello (Pe). Abbazia di Santa Maria Arabona

L’abbazia di Santa Maria d’Arabona, “figlia” del Chiaravalle. L’abbazia di Santa Maria d’Arabona fa parte della fitta rete di abbazie che erano state create dal sistema cistercense; i cistercensi avevano dato vita ad un ordine durante il Medioevo sicuramente non trascurabile e che si era originato a partire dalla Borgogna e da Champagne addirittura nel 1069, dall’idea di un monaco benedettino chiamato Robert de Molesme che proprio a Molesme aveva riunito un gruppo di anziani eremiti che avevano come unico scopo la vita monastica e solitaria , seguendo le orme di San Benedetto. La voglia di Robert era quella di

L’abbazia di Santa Maria d’Arabona, “figlia” del Chiaravalle.

Manoppello: abbazia di Santa Maria Arabona

L’abbazia di Santa Maria d’Arabona fa parte della fitta rete di abbazie che erano state create dal sistema cistercense; i cistercensi avevano dato vita ad un ordine durante il Medioevo sicuramente non trascurabile e che si era originato a partire dalla Borgogna e da Champagne addirittura nel 1069, dall’idea di un monaco benedettino chiamato Robert de Molesme che proprio a Molesme aveva riunito un gruppo di anziani eremiti che avevano come unico scopo la vita monastica e solitaria , seguendo le orme di San Benedetto. La voglia di Robert era quella di fondare una nuova comunità “colonizzando”con i suoi più fedeli compagni di preghiera, dei luoghi malsani da poter rendere vivibili attraverso il duro lavoro e la preghiera e cosi si spostò nello spazio deserto di Citeaux che anticamente era chiamata Cistercium, dove appunto fondò questo nuovo monastero che si rifece alla nuova regola che in realtà è un modo nuovo di vivere la regola benedettina.

 Il merito di questa nuova abbazia di Citeaux fu quello di far progredire la regole e sovrapporre la creazione di quattro nuove abbazie nella fattispecie La Fertè, Pontigny, Morimond, e Clairveaux e proprio quest’ultima ebbe come abate Bernardo di Fontaine, poi chiamato Bernardo di Chiaravalle appunto, che fu un vero e proprio maestro nella diffusione dell’ordine cistercense. Ed ecco che iniziò a farsi strada una nuova tecnica che fu quella di creare una vera e propria rete di abbazie che fossero autosufficienti ma tra di loro comunicanti, in modo da sottostare ad un’unica “Regola” imperante. I cistercensi hanno avuto il grande merito di sviluppare in tutto l continente numerose tecniche agricole avanzate, vere e proprie strategie per incrementare la resa economica ma anche tecniche che potessero contribuire ad incrementare l’arte o conservare manoscritti; dunque la loro “imposizione”in realtà fu positiva ed anche molto ben accetta date le conseguenze.

E cosi ogni abbazia cistercense era madre e nello stesso tempo anche figlia di altre abbazie e questo sistema incrementava ovviamente la crescita di questi edifici oltre che la loro comunicazione: figlia di Santa Maria d’Arabona è l’abbazia di Santa Maria dello Sterpeto, che si trova a Barletta (Ba), e sue sorelle sono San Benedetto de Silva a Grosseto, Santa Maria di Casanova nella vicina Villa Celiera a Pescara, Santa Maria de Caritate di cui, essendo solo citata nelle Tavole Genealogiche dell’Ordine Cistercense non si conosce la località di appartenenza, Sant’Agostino di Montalto a Montalto di Castro (Vt), Santa Maria di Palazzolo a Roma, e Santa Maria di Ponza nell’Isola di Ponza; madre di Santa Maria d’Arabona è l’abbazia di San Vincenzo ed Anastasio delle Tre Fontane a Roma.

Dunque in Abruzzo a partire dal XII secolo c’è una rapida diffusione delle abbazie cistercensi le quali però hanno un breve periodo di successo infatti in breve tempo vivono una forte ascesa proprio perché effettivamente l ‘ordine si diffonde velocemente nel periodo in cui a dare disposizioni è San Bernardo di Chiaravalle. Santa Maria d’Arabona si trova nel paese di Manoppello in provincia di Pescara, paese conosciuto per la presenza di un altro grande centro religioso molto importante che è il Santuario del Volto Santo. Manoppello è di origine romana ma la sua grande fortuna l’ebbe soprattutto durante l’epoca longobarda quando fu inquadrata anche nei combattimenti che la vedevano schierarsi contro i feudatari che avevano la pretesa di ampliare il loro controllo sul borgo e quindi sulle vie di comunicazione del paese; dunque era meta molto ambita anche dalle potenze straniere che sicuramente erano state attratte anche dalle cave di bitume molto ben strutturate fin dall’antichità, oltre che dalla regolare configurazione del borgo reso vivo dalle sue numerose abitazioni( infatti è altamente popolata sin dal Medioevo) che si schieravano intorno al castrum e dalle strette ma ben collocate strade strette e parallele che collegavano bene anche i punti nevralgici della città maggiormente costituiti da edifici nobiliari e religiosi.

L’abbazia di Santa Maria d’Arabona ha una splendida collocazione, infatti sorge in posizione collinare nel Parco Nazionale della Majella il cui paesaggio sottostante è già sicuramente causa di un benessere interiore per chi si avvicina anche per la prima volta a questo edificio di culto e la collocazione non è casuale, infatti si hanno numerose fonti pronte ad attestare che l’edificio fu costruito volutamente su un sito sacro dove anticamente sorgeva un altare dedicato alla Dea Bona una divinità pagana che in un certo senso ritroviamo anche nello stesso nome dell’abbazia, infatti essendo il suo nome latino “Sancta Maria de Ara Bona” è facilmente intuibile come ci si riferisca ad un altare dedicato a questa divinità ; in quel luogo per di più sono stati rinvenuti anche resti di reperti risalenti addirittura la Paleolitico. Ma non tutti sono d’accordo con questa interpretazione sull’etimologia del nome, infatti secondo altri studiosi il nome deriva dal caratteristico ed ottimale clima e dunque sarebbe “aera” in voce di “aria buona”, mentre i più estremisti addirittura vogliono vedere nel nome “area” il significato di “spazio aperto”; è chiaro che la corretta identificazione del nome dipende anche da una buona analisi storica, però se si considera che le abbazie cistercensi nascevano per lo più in luoghi poco curati , isolati, da ripulire si capisce subito che l’ipotesi dell’ “aria buona” va scartata.

I monaci cistercensi iniziarono a costruire l’abbazia nel 1208 e la consacrarono totalmente alla Vergine ed il suo impianto riprende in qualche modo vivi esempi che si possono notare sul versante francese anche se l’apparato ne risulta più modesto nelle dimensioni. Essa risulta incompiuta e ritoccata anche nel corso dei secoli ed effettivamente emerge dai progetti osservati che l’impianto che era stato pensato inizialmente per essere identificato non è stato realizzato totalmente: alla base di ciò sembra esserci la mancanza di denaro che comportò anche una conclusione affrettata dei lavori. L’impianto dell’edificio è a croce latina molto semplice e la porzione più ampia è quella sicuramente della navata centrale che è sormontata da un abside che presenta un altare nella sua apertura.

L’abbazia ha una caratteristica facciata che di sicuro non passa inosservata posta verso est ed è anche la facciata principale: presenta uno splendido rosone posto in corrispondenza dell’abside i cui “petali” di questa grande rosa sono scanditi da sedici piccole colonne delle quali alcune lisce invece altre sono contorte e di sicuro ciò che colpisce internamente dello stesso rosone è la luce che si irradia direttamente dall’abside e viene proiettata sul pavimento traforata; non è l’unica fonte di luce infatti il bagliore entra nella struttura anche dalle splendide monofore che sono cinque e disposte in due file proprio su questa facciata est.

La chiesa è stata costruita in più momenti e di sicuro la porzione più antica è quella dell’abside che è stato costruito insieme al transetto: è di forma rettangolare ed è affiancato da due coppie di cappelle che si affacciano direttamente sul transetto sviluppando un forte senso di spazialità vista la loro ampiezza, tutti quanti gli ambienti interni sono coperti da volte a crociera che presentano dei “costoloni” che danno maggiore slancio ai volumi e soprattutto vanno a sottolineare le luci degli archi, i quali sono acuti, ed ovviamente le fughe delle volte. Queste volte poi poggiano su dei pilastri molto dettagliati che in lunghezza presentano dei lobi che ne aumentano irregolarmente lo spessore. Ed a proposito delle colonne non si può omettere la bellezza del capitello che presenta un’ elegantissima forgiatura con decorazione vegetale alla quale fa da corona la cuspide che a sua volta è sostenuta da colonnine più sottili e tortili.

Entrando dalla piccola porta collocata a nord , sulla sinistra, si può notare da vicino la Cappella denominata dell’ “Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme”: la particolarità di questa Cappella è che conserva ancora gli affreschi originali ed è chiusa da un piccolo recinto che reca lo stemma con la croce dell’Ordine. Sulla sua parete invece è affissa una targa che ha lo scopo di ricordare il cardinale Giuseppe Caprio, definito il Gran Maestro, i Cavalieri di Gran Croce ed il Priore : tutti hanno il merito di aver voluto erigere la Cappella motivo per cui vengono ampliamente commemorati. Nella porzione sottostante alla Cappella c’è l’elegantissimo candelabro per il cero pasquale, custodito gelosamente nell’abbazia come fosse un suo pregiato” pezzo d’arredo”; esso si innalza con un particolare leggerezza su una colonna molto sottile che a sua volta è sostenuta da due cani ed un leone: i leoni secondo a ricostruzione dovevano essere due ma l’altro è andato perduto.

La tradizione vuole che questi animali che abbracciano ferocemente il fusto del candelabro simboleggino le eresie che attaccano la fede. I fusti delle colonnine che ornano il candelabro sono di diversa resa: sono ripartite in sei colonne superiori e sei inferiori con capitelli e rilievi che le rendono diverse ma molto belle e preziose soprattutto. Anche il numero “dodici” delle colonne è simbolico, infatti dodici si sa essere il numero degli Apostoli e dunque il numero dei “diffusori”della fede in Gesù Cristo, ed è proprio la fede ad essere rappresentata dai tralci di vite sul fusto. Tutta la struttura poi culmina con il porta-cero che ovviamente ha lo scopo di contenere la fiamma della “Vita Eterna”e generalmente veniva utilizzata per le celebrazioni del Sabato Santo. Di sicuro hanno lavorato alla creazione di questo cero maestri molto abili dato che addirittura viene visto come un pezzo creato da artisti francesi che probabilmente sono stati aiutati da artisti italiani di cui però non è possibile identificare la provenienza sicura.

Quello della parete est non è l’unico rosone infatti è presente un altro rosone sulla parete settentrionale in corrispondenza del quale c’è una porticina che doveva condurre verso un cimitero di cui però non si hanno tracce oggi. Un’altra porzione dell’edificio che non passa inosservata è la torre con il campanile e si può affermare che sia stata costruita molto più tardi visto che è rimasta incompiuta rispetto a quelli che erano i progetti iniziali; la facciata ovest invece è ricoperta di mattoni che cercano di colmare il vuoto lasciato dall’interruzione dai lavori e presenta un ingresso in direzione del giardino che è dotato di contrafforti d’influenza tipicamente francese.

Anche se incompiuta la struttura permane molto bella ed affascinante soprattutto perché rappresenta un ponte tangibile tra due epoche che tenta con i suoi simboli e le sue caratteristiche di convogliare in chi la osserva un vero e proprio messaggio spirituale, come accade un po’ per la gran parte delle abbazie d’Abruzzo.

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Santa Maria Arabona

Una risposta

  1. dante fasciolo

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