numero 1
aprile - giugno
2005


I grandi protagonisti
Le Confraternite
di Claudia Agnese Rossi e Sabrina Silvestri


Il monumento
Santa Maria Maggiore di Pianella
di Raffaele Giannantonio


Raccontare un luogo
Corfinio
di Panfilo Petrella, Erika Colella, Adele Campanelli, Letizia Brunetti, Marco Buonocore, Damiano Venanzio Fucinese


Meraviglie del passato
Comino di Guardiagrele, la necropoli dei cappelli di pietra
di Maria Ruggeri


Il borgo vivo
Canzano
di Grazia Felli, Giovanna Ruscitti, Giovanni Corrieri


Abruzzo contemporaneo
La catalogazione
di Paolo Antonetti, Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, Don Claudio Ranieri, Calcedonio Tropea, Erminia Sciacchitano


L’oggetto della memoria
Il trapano a volano
di Letizia Lizza / Museo delle Genti d’Abruzzo

 

Meraviglie del passato

Comino di Guardiagrele

la necropoli dei cappelli di pietra

di Maria Ruggeri, archeologa

Come spesso accade la storia della ricerca archeologica, pur essendo essa una disciplina scientifica, è costellata da eventi assolutamente casuali. Molte grandi scoperte sono dovute a una sorprendente combinazione tra geniali intuizioni, incredibili casualità, improbabili mescolanze di eventi.
E spesso il filo che lega questi fatti viene interrotto e ripreso più volte nel corso del tempo. Qualche volta la stessa vicenda della ricerca su un sito archeologico diventa storia a sé, al punto da meritare una narrazione separata, avvincente quanto la scoperta stessa. E' questo il caso della necropoli di Comino, una piccola frazione di Guardiagrele, dove nel corso di quasi cento anni, a cavallo di due secoli, le storie di antichi abruzzesi, archeologi, tombaroli e appassionati cultori del passato si sono incrociate fino a portare alla luce una straordinaria scoperta raccontata ai lettori di Culturabruzzo dalla protagonista:
l'archeologa Maria Ruggeri.

Agli inizi del Novecento viveva a Guardiagrele un sacerdote, tale Don Filippo Ferrari, un uomo di chiesa colto e curioso, ma soprattutto con una sfrenata passione per la storia antica. Questa sua irrefrenabile curiosità lo portò ad esplorare a più riprese i terreni del circondario alla ricerca di antichi reperti, spingendosi fino alle frazioni più remote, su verso le pendici della Majella. Fu così che scavando in una località detta Comino, piccolo pianoro verso la montagna, iniziò a portare alla luce vasi, ciotole e ossa umane. Don Filippo recuperò una grande quantità di reperti, scavando quasi cento tombe di quello che lui stesso intuì essere stato un antico cimitero delle genti vissute lì prima dell’arrivo dei romani. Nel 1913 il sacerdote pubblicò uno studio dove descrisse minuziosamente tutti i reperti trovati, con foto e disegni. La sua collezione venne poi dispersa dalle vicende tragiche della seconda guerra mondiale; del suo ampio lavoro rimasero i documenti scritti e qualche reperto salvatosi fortunosamente. L’archeologia ufficiale dimenticò presto quella vicenda, ma la voce che quella frazione di Guardiagrele custodisse antichi reperti rimase però ad aleggiare tra le valli della Majella, portando a Comino generazioni di scavatori clandestini che hanno gravemente compromesso la necropoli.
Nei primi anni ’90 iniziai ad interessarmi alle scoperte di quel sacerdote leggendo il suo voluminoso studio. Ne rimasi affascinata, tanto più che nel Museo di Chieti è custodita la cosiddetta "stele di Guardiagrele", una grande lastra di pietra sbozzata a forma di corpo umano e con la superfice incisa a simulare ornamenti e collane, prezioso esempio di scultura funeraria italica recuperato proprio dall’area tra Comino e Bocca di Valle.
Nel 1998 la Soprintendenza Archeologica per l’Abruzzo iniziò la prima campagna di scavo sulla necropoli di Comino. Il lavoro, durato alcuni anni e condotto con quel rigore scientifico che mancò per ovvie ragioni al pioniere Don Filippo, ci ha permesso di portare alla luce altre 65 tombe databili tra la fine del X secolo a.C. e gli inizi del III secolo a.C.. Il fatto che questo luogo sia stato ritenuto sacro per un periodo di tempo così lungo è uno dei dati più interessanti che emergono dalle recenti ricerche. Non è infatti raro trovare l’una accanto all’altra, o addirittura una dentro l’altra, sepolture di defunti le cui vite sono separate tra loro da cinque secoli di storia.
La fase più antica della necropoli è caratterizzata da sepolture ricoperte da un tumulo di terra e da una precisa organizzazione dello spazio adibito ad area di seppellimento. La sostanziale affinità delle sepolture e dei corredi, nonché la presenza di tumuli individuali, potrebbe fare pensare che in questa fase la necropoli fosse riservata a una élite (per esempio alla famiglia del capo del villaggio). Le sepolture sotto tumulo costituiscono uno dei più forti elementi distintivi della comunità che occupa e controlla il territorio, e che rende visibile a tutti il proprio potere attraverso la costruzione di sepolture monumentali. Questo avviene materialmente grazie all’imponenza delle dimensioni e alla posizione dominante del tumulo rispetto al territorio. La necessità pratica di definire un’area di deposizione e di conservazione della memoria diventa un pretesto per l’organizzazione degli spazi propri delle singole comunità e quindi per la gestione del territorio dei vivi.
I tumuli maschili riferiti a guerrieri erano di dimensioni molto più rilevanti rispetto a quelle delle sepolture femminili e infantili. La struttura della tomba e le caratteristiche costruttive appaiono invece identiche per maschi, femmine, bambini: cambiano solo gli elementi del corredo, diversi per uomini, donne o bambini. Interessante notare come le sepolture dei bambini siano sempre collocate nelle immediate vicinanze del bordo dei tumuli appartenenti a donne. Come anche nelle necropoli di Fossa, di Scurcola Marsicana, e prima ancora a Celano, anche qui ogni tumulo contiene una sola tomba che ospita un solo defunto, collocato al centro. Tutte le altre sepolture che troviamo attorno sono inserite in un secondo tempo, riscavando fosse nel tumulo. Ci si sovrappone volutamente su spazi già occupati da altre tombe, spesso provocando gravi danni alle più antiche. Difficile dire se questo modo di agire nasconda la volontà di ribadire l’esistenza di un legame generazionale oppure non sia piuttosto una volontà di appropriazione del prestigio emanato da queste sepolture monumentali ancora ben visibili sul piano antico della necropoli. Forse anche in questo caso conta quella sorta di “valore aggiunto” rappresentato dal fatto che la sepoltura ingloba in sé qualcosa dei suoi precedenti detentori. Esistono poi altri elementi di affinità con le necropoli abruzzesi riferibili allo stesso periodo. Innanzitutto la scelta del luogo: qui come a Scurcola, Fossa, Campovalano, viene privilegiato un luogo in pendio o in pianura vera e propria, ai piedi delle alture dove in genere erano costruiti i villaggi. Poi l’omogeneità nell’orientamento delle tombe: a Comino tutti i defunti hanno la testa a Sud-Sudest. Caratteristica che poi si perde del tutto nelle fasi successive della necropoli, come se questo elemento non avesse più nessun valore ideologico e culturale riconosciuto dalla comunità.
Ma la vera sorpresa emersa dai recenti scavi sono i cosidetti “segnacoli”, grosse pietre di forma circolare trovate vicino ai tumuli. Sono realizzati in pietra calcarea locale, accuratamenta lavorati, alcuni semplici, altri più elaborati con fori o sporgenze nella parte superiore. Potrebbero essere interpretati come evidenza di una marcata componente culturale “adriatica” delle genti di Comino, che balza agli occhi evidente anche in alcune particolari tipologie di oggetti presenti nei corredi funerari, come ad esempio le fibule a quattro spirali. E’ ovvio che siamo in presenza di elementi sicuramente portatori di valenze specifiche. Un primo confronto che possiamo fare, sia da un punto di vista della morfologia ma anche del significato, è con con oggetti alquanto simili trovati nella necropoli di Monte Saraceno, definiti dagli autori dello scavo come scudi e da loro interpretati come “sèmata” sepolcrali. Mancano però nel nostro caso i pilastrini di sostegno, anche se potrebbero essere stati realizzati in legno ed essere quindi ormai dissolti. La matrice culturale sud-adriatica di queste genti arriva a maturazione, nel periodo storico detto età orientalizzante, con la celebre stele di Guardiagrele.
Se è fuori dubbio che i segnacoli siano legati al culto dei defunti, non è però ancora del tutto chiaro cosa siano e quale sia il loro significato. Non può però sfuggire la somiglianza con il “cappello” del celebre Guerriero di Capestrano.

Dalle tombe scavate a Comino sono stati recuperati numerosi corredi funerari, alcuni anche di notevole interesse come quello della tomba 38, appartenuta ad un guerriero. Lo si deduce dal fatto che lo scheletro di un maschio adulto sia stato trovato contornato
da oggetti quali una spada completa di fodero, entrambi finemente decorati, una punta di lancia in bronzo ben conservata, una maestosa fibula a due pezzi, un rasoio rettangolare e un bracciale, il tutto sempre in bronzo. Nella stessa tomba furono rinvenute anche due olle con vasetti accessori, secondo l’uso consolidato nel mondo italico e necessario alla quotidianità nella vita ultraterrena.

Seguendo le orme di Don Filippo, nell'autunno del 1998 la Soprintendenza Archeologica per l’Abruzzo, d'intesa con il Comune di Guardiagrele, decise di fare dei saggi di scavo in un terreno nella frazione di Comino, dove erano venuti alla luce in passato materiali archeologici. Come spesso accade in archeologia, i primi risultati superarono di gran lunga le aspettative e si passò a una vera campagna di scavo sistematico. Alla fine del 1999 erano state scavate 38 sepolture; oggi sono 65 le tombe portate alla luce, databili tra lX e III secolo avanti Cristo.


L’evoluzione della specie

Quel che più colpisce l’occhio dell’osservatore, sia egli anche un profano della materia archeologica, dinnanzi alla collezione completa dei “cappelli di pietra” è l’apparente evoluzione delle forme che si coglie. Da un semplice pietrone arrotondato nella parte superiore, e spianato in quella inferiore, si passa ad un profilo più simile ad un cono. E poi ad un vero e proprio cappello conico con una sorta di cuspide sulla sommità, seppur sempre piatto nella parte inferiore. Appaiono poi dei fori, sulla parte superiore.
Si giunge così, infine, al vero e proprio “cappello”, l’anello di congiunzione stilistico e visivo con il copricapo del Guerriero: un disco a forma conica, convesso nella parte superiore e concavo in quella inferiore, con uno specifico supporto di fissaggio ricavato al centro della base.