Eremo di San Bartolomeo in Legio a Roccamorice

A metà costa del vallone di Santo Spirito, nel territorio di Roccamorice, si trova il piccolo eremo di San Bartolomeo di Legio.

Quello che lo rende assai suggestivo è appunto la sua posizione e la struttura che lo caratterizza: incastonato in una parete di roccia.

Fu costruito secondo la tipologia spontanea classica dei luoghi di eremitaggio medievale della Majella che sfruttano i ripari naturali incavati nella roccia.

Eremo di San Bartolomeo in Legio a Roccamorice

San Bartolomeo in Legio

All’eremo si può arrivare con due percorsi. Dalla piana della Valle Giumentina seguendo la strada sterrata a sinistra e superando il costone.

L’eremo è composto da due minuscoli ambienti: la chiesa e la sagrestia. Sono quasi incastrate in una fenditura orizzontale, pur mimetizzandosi assai bene nel colore rossastro delle rocce si rivelano all’occhio attento stupendolo.

Eremo di San Bartolomeo in Legio a Roccamorice
Roccamorice (Pe), eremo di San Bartolomeo in Legio

Altrimenti si segue il facile sentiero che parte dal bivio lungo la strada che sale da Roccamorice verso la Maielletta.

Superata la terza delle croci in ferro che s’incontrano sul percorso, occorrerà calarsi in una sorta di buca artificiale scendendo con attenzione dei gradini scolpiti nella roccia.

Sotto il riparo di un costone compatto apparirà improvvisamente e con grande effetto sorpresa la facciata della piccola chiesa costruita sulla nuda roccia.

San Bartolomeo in Legio e Celestino V

La vicenda di San Bartolomeo di Legio è legata strettamente alla celebre figura di Pietro Angelerio.

L’eremita della Majella, salito nel 1294 al soglio papale col nome di Celestino V, nella seconda metà del XIII secolo più volte salì su queste rupi per ritirarsi in preghiera con i suoi discepoli.

La permanenza di Celestino V in quest’eremo sarebbe avvenuta tra il 1277 e il 1288, di ritorno dal viaggio di Lione.

Di quel periodo, in cui a San Bartolomeo accorrevano fedeli dai paesi vicini per la fama di santità di cui già godeva Pietro da Morrone, non restano testimonianze se non due affreschi sulla facciata della piccola chiesa. Recentemente restaurati.

Eremo di San Bartolomeo in Legio a Roccamorice
Affresco duecentesco sulla facciata della chiesa, con il Cristo benedicente. dopo il restauro

Se il riquadro di destra, che doveva raffigurare una Madonna, risulta quasi del tutto caduto, nel riquadro di sinistra è raffigurato a mezzo busto un Cristo benedicente che tiene il libro aperto sulla frase

ego sum lux mundi qui sequitur me non ambulat in tenebris.

All’interno la chiesetta è quasi tutta scavata nella roccia e solo la parete esterna è costruita in blocchi di pietra.

In una nicchia sopra l’altare cinquecentesco è collocata la statua in legno dipinto di San Bartolomeo. Una modesta opera ottocentesca che è però oggetto di grande venerazione, e non solo da parte dei fedeli locali, come vedremo più avanti!

Statua di San Bartolomeo

Da una porticina a fianco dell’altare si accede in una piccola stanzetta usata come sagrestia, e un tempo sfruttata anche dagli eremiti come ricovero. Uscendo sul retro ci si affaccia sulla suggestiva cornice dei terrazzamenti del vallone.

Poco lontano, sotto un altro riparo di roccia del tutto simile a quello dell’eremo, scavi archeologici hanno scoperto la presenza di un villaggio dell’età della pietra, risalente al periodo neolitico.

Culto e processione del Santo

Secondo una suggestiva tradizione locale, la mattina del 25 agosto la chiesetta è raggiunta da centinaia di fedeli che, dopo aver assistito alla messa, portano in processione la statua del Santo fino alla chiesa parrocchiale di Roccamorice, dove è oggetto di grandi festeggiamenti.

A San Bartolomeo i devoti si rivolgono anche in altri momenti dell’anno, prendendo in prestito dalla statua il suo coltello usandolo per scongiurare malattie e chiedendo l’intercessione del Santo.

Il culto popolare, quale antica reminiscenza delle frequentazioni dell’eremo ai tempi di Celestino, è legato anche ai presunti poteri curativi e miracolosi dell’acqua benedetta.

Per via di una sorgente posta in fondo al vallone da dove si vuole che l’acqua fosse zampillata dopo che il Santo eremita vi aveva scagliato il catenaccio della chiesa.

I pellegrini attingono l’acqua dalla piccola sorgente riportandola anche a casa cosicché ne possano bere un po’ anche quelli che non siano riusciti a raggiungere l’eremo. Secondo la tradizione l’acqua è ritenuta curativa per le malattie dei neonati, e per piaghe e ferite.

Protettore della pelle

Il Santo reca sulla spalla sinistra la pelle, mentre ha nella mano destra un coltello. Secondo la tradizione fu martirizzato in Oriente, dove fu privato della pelle da vivo. Infatti si venera come il guaritore delle piaghe e delle malattie epidermiche.

Come abbiamo detto, i festeggiamenti in onore del Santo ci sono il 25 agosto. Una folla senza età attraversa il fondo della valle, snodandosi lungo sentieri antichi e molto spesso anche difficili da attraversare, recando a turno tra le mani la statua in legno del Santo. Talvolta questo genera anche discussioni visto che tutti hanno desiderio di stringerla tra le braccia lungo il percorso.

Generalmente i pellegrini al mattino presto si recano nei pressi dell’eremo dove, la tradizione prevede che il sacerdote del paese celebri la Messa. Successivamente una colazione “al sacco” serve a dare energia alla folla che dovrà affrontare la strada del ritorno verso il paese con la statua tra le mani.

Da vedere nei dintorni

Risalendo il vallone, la vegetazione s’infittisce e riaffiora il ruscello Lavino che sgorga direttamente dalla Majella.

Costeggiando i ripari in cui sono stati trovati degli affreschi rupestri, si raggiungono delle miniere di asfalto abbandonate. Poi, risalendo la montagna lungo il fianco sinistro, l’abbazia celestina di Santo Spirito a Maiella.

Quest’ultima si può raggiungere molto più facilmente in auto. Dal bivio per la Maielletta si stacca infatti una seconda deviazione con apposita segnaletica e una lunga strada molto suggestiva corre lungo il fianco della montagna immersa nel verde di una faggeta fino al complesso sacro.

All’inizio di questa strada si trova una ottima parete rocciosa usata spesso dagli appassionati come palestra di arrampicata. Durante la bella stagione si può invece proseguire lungo la strada principale e salire verso la stazione sciistica della Majelletta.

Lungo il percorso si trovano numerosi esempi di una affascinante testimonianza di architettura spontanea costituita dalle cosiddette “capanne a tholos”, conosciute in ambito locale come “pajare”.

Queste strutture hanno una curiosa forma di piramide tronca a pianta circolare. Le costruivano i pastori, ancora fino agli anni prima della seconda guerra mondiale, come ricovero per i periodi di permanenza al seguito delle greggi.

Le più belle foto dell’eremo

Una risposta

  1. Marisa Di Gregorio

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