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Dalle vette del Gran sasso ai trabocchi: un’avventura tra pallotte cacio e ove e calici di Montepulciano

Dal vento alto del Gran Sasso al respiro lento dell’Adriatico: un viaggio che profuma di legna, di pomodoro e di mare. Una terra che parla con il fuoco, con la pasta tirata a mano e con calici che scaldano il cuore.

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L’Abruzzo entra piano e resta. Salgo idealmente verso il Gran Sasso, dove il Corno Grande tocca i 2.912 metri e il cielo sembra vicino. Qui la pastorizia non è souvenir: è memoria viva. La transumanza, riconosciuta come patrimonio immateriale nel 2019, ha inciso sentieri che ancora oggi legano pascoli e famiglie. Inizia da lì il carattere di una cucina che non spreca e non baroccheggia.

Tra pascoli e fuochi: il rito della carne

La carne di pecora è un patto antico. Gli arrosticini scoppiettano sulla brace, uno dietro l’altro, sottili come un’abitudine che non si perde. C’è un gesto preciso, insegnato senza tante parole: si sfilano con i denti, senza forchetta. Non è folklore, è rispetto per il rito. Pane, olio, un po’ di sale. Basta.

La stessa essenzialità torna sulla spianatoia. I maccheroni alla chitarra nascono dal suono metallico dei fili d’acciaio e dalla pressione delle mani. La sezione è quadrata, il morso è pieno. Il sugo abruzzese, nella versione teramana, accoglie minuscole polpette, le “pallottine”, che fanno sorridere ancora prima del primo boccone. E poi c’è il genio domestico della cucina povera: le pallotte cacio e ove. Uova, formaggio, pane raffermo. Fritte dorate, poi ripassate nel pomodoro. Un piatto che sa di domeniche, di tovaglie stese al sole, di nonne che misurano “a occhio” e indovinano sempre. Non esistono dati certi sull’origine precisa del nome; esiste però una certezza più solida: la loro capacità di mettere d’accordo tutti.

Sulla costa dei trabocchi: luce e sale

Scendendo verso l’Adriatico, cambia la voce del paesaggio. La costa tra Ortona e Vasto, una quarantina di chilometri, ospita i trabocchi: grandi macchine da pesca su palafitte, raccontate anche da D’Annunzio. Oggi molti sono piccole cucine sospese sull’acqua. Il legno scricchiola, la rete scende lenta, il mare decide. Una chitarrina agli scampi, un brodetto essenziale, un pomodoro che sa di sole. La montagna non scompare: entra nel piatto con la sua sobrietà.

Il calice completa il quadro. Il Montepulciano d’Abruzzo è un rosso dal frutto scuro e dal tannino saldo, DOC dal 1968. Nasce su colline ventilate, tra 200 e 400 metri, e accompagna bene la brace, gli umidi, il formaggio stagionato. Dall’altra parte, il Pecorino (il vino, non il formaggio) porta agrumi, erbe, una vena minerale che chiama il pesce dell’Adriatico e le verdure di stagione. È un abbinamento sincero: niente fuochi d’artificio, solo armonia.

Questo viaggio tiene insieme coraggio e misura. Le pietanze non gridano, convincono. Ogni boccone parla di lavoro, di pazienza, di comunità. Forse è per questo che in Abruzzo ci si sente a casa anche da estranei: perché l’essenziale è in tavola, senza fronzoli.

Alla fine, resta un’immagine. Il fumo degli arrosticini che sale nel blu, il rumore delle onde sotto un trabocco, una forchettata di chitarra che profuma di sugo. Che cosa vorresti trattenere tra le dita: il calore della brace o il sale sulla pelle?

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