Volano strette di mano, si incrociano sguardi lunghi. A margine del G7, l’Italia mette il mare al centro e scommette su una pattuglia che parla la lingua delle onde. Tra parole pesate e messaggi in controluce, si disegna un asse che unisce interessi concreti e caratteri diversi: il Mediterraneo allargato torna a essere bussola.
Le immagini sono sempre le stesse: tavoli lucidi, bandiere, appunti fitti. Ma sotto la superficie c’è movimento. La premier Giorgia Meloni resta sul pezzo, costruisce relazioni, evita slogan. Si muove con discrezione, parlando di stabilità, di rotte e di tempo lungo. E intanto, il G7 prende forma intorno a tre snodi: Golfo, Cina, Ucraina.
Non è ancora il momento dei titoli cubitali. Dalle delegazioni arrivano cenni, non proclami. Si ragiona di mare e di energia, di deterrenza e di credibilità. E di come evitare che un incidente locale diventi crisi globale.
Perché Hormuz conta
La novità si chiarisce a metà giornata: Roma è pronta a una missione navale nello Stretto di Hormuz, con una squadra di circa 500 militari. Il numero circola da ore, ma non ha ancora un sigillo formale. Il perimetro, però, è chiaro: protezione del traffico, presenza visibile, coordinamento con alleati. Con il diretto e dichiarato supporto USA.
Hormuz è un collo di bottiglia. Da lì passa circa un quinto del petrolio mondiale e quasi un quarto del gas liquefatto. Il tratto più stretto misura poco meno di 40 chilometri. Le corsie di navigazione sono obbligate, i margini di manovra ridotti. Basta poco per fermare tutto. Lo abbiamo visto con i sequestri lampo e le scorte armate. In uno scenario così, una bandiera europea in più significa rassicurare i mercati e mettere un cuneo tra minacce e cargo.
L’Italia qui ha un vantaggio: la Marina sa lavorare in “coalition” e ha navi pronte al compito di scorta e di difesa aerea di teatro. Non servono grandi scenografie: servono radar accesi, regole d’ingaggio chiare, ponti di comando che parlano la stessa lingua. È quello che, secondo i tecnici, riduce gli incidenti. È quello che i capitani di lungo corso chiedono quando la notte, nel Golfo, è senza luna.
Sul fronte politico, il presidente americano illustra ai partner un possibile “accordo” con l’Iran. Al momento non ci sono testi pubblici né dettagli verificabili: si parla di canali di de-escalation e di limiti alle provocazioni in mare, legati a incentivi economici mirati. Prudenza obbligatoria. Ma il messaggio è semplice: abbassare la fiamma regionale per concentrare risorse su Cina e Ucraina.
Un asse in movimento
Qui entra in gioco l’asse che non ti aspetti. Con Emmanuel Macron, l’intesa è pratica: Parigi spinge da anni su una presenza europea nel Golfo e su operazioni come le pattuglie marittime collaborative. Roma raccoglie e porta capacità. È la grammatica della sicurezza energetica: meno retorica, più pattugliamenti.
E Donald Trump? Non siede al tavolo del G7, ma pesa nel calcolo politico. Meloni tiene aperto un canale con il mondo conservatore americano, utile se a Washington cambiasse il vento. Chiamarlo “alleanza” sarebbe eccessivo; chiamarlo “opzione” è più onesto. In ogni caso, per l’Italia contano i dossier concreti: difesa europea, rotte marittime, rapporto con la NATO.
L’altro fronte resta l’Ucraina. Il G7 spinge su aiuti militari e sostegno finanziario, mentre si discute dell’uso dei proventi dei beni russi congelati. Qui l’Italia gioca di sponda: affidabilità atlantica, attenzione al fianco Sud, ponte con chi in Europa chiede autonomia strategica senza strappi.
Cosa resta, a fine giornata? L’immagine di una nave grigia che taglia l’acqua calda del Golfo e di un equipaggio che sa perché è lì. È un gesto piccolo e concreto. A volte basta questo per tenere aperta una rotta. E noi, da che parte guardiamo quando il mare si fa stretto? Verso la paura del blocco o verso il corridoio che si apre tra due boe, dritto all’orizzonte?