Chi vive in città tende a pensare al trekking come a una passeggiata allungata. Si infilano le scarpe da ginnastica, si prende una bottiglia d’acqua da mezzo litro, si parte.
Poi si arriva nel bosco, e dopo un’ora si scopre che il sentiero non è asfaltato, che le radici degli alberi spuntano dal terreno come gradini naturali, che l’ombra del fitto fogliame abbassa la temperatura di cinque gradi rispetto al parcheggio.

L’Abruzzo, con i suoi boschi di faggio e abete sui versanti del Gran Sasso e della Maiella, è un teatro di questa discrepanza. I sentieri sono veri: pendono, scivolano quando piove, si perdono se non si è attenti. Preparare lo zaino non significa portarsi dietro la casa, ma evitare l’illusione che basti il minimo. Un’ora di cammino in salita consuma più energia di una giornata in ufficio, e una nuvola che arriva alle due del pomeriggio può trasformare un’escursione estiva in un bagno freddo.
La regola delle tre “C”: corpo, calorie, contingenza
Ciò che serve davvero si divide in tre categorie, e nessuna delle tre va sacrificata per il peso. La prima riguarda il corpo: vestiti e protezione. Non serve un abbigliamento tecnico da alpinista, ma servono strati. Una maglia termica aderente (meglio lana merinos che cotone, perché il cotone bagnato resta bagnato), un pile leggero sopra, e un guscio impermeabile tipo k-way, anche d’estate. I pantaloni lunghi proteggono da rami e zecche. Le scarpe devono avere suola scolpita e sostegno alla caviglia; le scarpe da ginnastica con suola piatta sono le prime a tradire su un ghiaione. La seconda categoria è l’energia: cibo e acqua. In un bosco abruzzese le fonti non sono garantite, e bere da un ruscello senza filtro è un rischio. Portare almeno un litro e mezzo a persona, più una borraccia di riserva. Il cibo ideale non è il panino al salame che appesantisce, ma frutta secca, barrette ai cereali, cioccolato fondente.
Zuccheri e grassi lenti, non proteine pesanti da digerire. La terza categoria è la contingenza: cosa fare se qualcosa va storto. Una mappa cartacea del sentiero (non solo il telefono, che perde batteria e segnale), una piccola torcia frontale, un fischietto d’emergenza, una coperta termica che pesa quanto un bicchiere di vetro e tiene caldo se si è costretti a fermarsi. Questi oggetti non si usano quasi mai, ma quando servono servono davvero.
Il trucco per non dimenticare nulla: la lista mentale del camminatore
Prima di chiudere lo zaino, c’è un controllo rapido che gli escursionisti esperti fanno in automatico. Si inizia dalla schiena: lo zaino deve avere un’imbottitura lombare e le cinghie vanno regolate in modo che il carico gravi sul bacino, non sulle spalle. Dentro, l’acqua si mette nelle tasche laterali per essere raggiunta senza smontare tutto. Il pranzo al sacco va in alto, perché è la prima cosa che si cerca. L’abbigliamento extra (il pile, la giacca a vento) va in uno scomparto accessibile senza aprire tutto lo zaino. Il kit di primo soccorso (cerotti, garze, disinfettante) va in una tasca esterna o nel coperchio.
I bastoncini da trekking, se li si usa, si agganciano fuori o si infilano nelle tasche laterali con le punte verso l’alto. Una volta chiuso, si indossa lo zaino e si fa un passo: se dondola o tira le spalle all’indietro, non è bilanciato. L’ultimo accorgimento, prima di infilarsi nel bosco, è lasciare detto a qualcuno il sentiero che si intende percorrere e l’orario previsto di rientro. Sembra una precauzione da manuale, ma in Abruzzo, dove i boschi sono fitti e i sentieri si diramano, è la differenza tra una giornata memorabile e una ricerca notturna. Con lo zaino giusto, la fatica diventa piacere. E il bosco, da ostacolo, diventa casa.





